I giornali hanno pubblicato
in questi giorni la clamorosa notizia della nascita a Inglewood (Colorado)
di Adam, venuto alla luce grazie ad una nuova tecnica di diagnosi prenatale.
Dal suo cordone ombelicale sono state prelevate le cellule di sangue da
donare a Molly, la sorellina di sei anni, affetta da una grave disfunzione
ereditaria, denominata anemia Fanconi.
In questo modo la
piccola ha buone possibilità di vivere e i suoi genitori sono contenti
perché hanno avuto un figlio sano.
Da un punto di vista
etico è possibile avere qualche osservazione?
Della nascita di Adam tutti
sono stati contenti: i genitori affermano di aver voluto il figlio solo
per amore; i medici ricordano di essersi impegnati solo per salvare una
vita e per evitare la nascita di un altro bambino affetto dalla medesima
malattia.
Questa vicenda suscita
tante perplessità, non solo per le tecniche utilizzate – la fecondazione
artificiale e quel tipo di diagnosi pre-impianto – ma soprattutto
per la cultura di fondo che ha portato a mettere in atto tali tecniche.
Sembra che ormai si sia creata una netta distinzione tra ciò che
c’è prima della nascita – o comunque prima di certi mesi – e ciò
che viene dopo; questa divisione è come il sipario di un teatro:
quello che importa è la scena presentata, non l’attività
che si svolge dietro, la quale, a ben pensarci, sostiene la scena.
Nella nostra cultura è
importante far star bene chi può: chi vale, chi ha soldi, chi c’è.
Per questo si seguono tutte le strade, anche a danno di chi non conta,
di chi non ha soldi, di chi non c’è. “Chi non c’è”,
così è considerato l’embrione da alcuni, a partire dal celebre
Rapporto Warnock, che negli anni ’80 stabiliva che si potesse sperimentare
sull’embrione fino al 14° giorno – perché non umano – sino ai
nostri giorni, quando alcuni ritengono lecito utilizzare gli embrioni soprannumerari,
frutto della FIVET, per far progredire la scienza.
In realtà la scienza
biologica andrebbe ascoltata in tutta la sua ricchezza e non per secondi
fini. Dal momento del concepimento – naturale o artificiale - ci si trova
davanti ad un individuo, che non è più né il semplice
gamete maschile, né il semplice ovocita femminile. È un nuovo
individuo che, se ne avrà la possibilità, maturerà
secondo un processo di coordinazione, di continuità e di gradualità
sino alla nascita.
Su questo punto sono state
tentate diverse mistificazioni, compresa quella di introdurre la distinzione
tra “pre-embrione” ed “embrione”: sul primo si potrebbe intervenire sino
alla soppressione, sul secondo no. In realtà questa distinzione
non appartiene al mondo scientifico, il quale presenta con semplicità
i dati sopra citati, senza registrare alcun salto di qualità, che
giustificherebbe la soppressione dell’embrione. Intervenire sull’embrione
significa intervenire sull’uomo!
Ancora rimaniamo colpiti
dallo scopo per il quale è stata realizzata la nuova tecnica: scegliere
l’embrione sano; analogamente, i medici si sono detti soddisfatti per avere
evitato la nascita di un bambino segnato dalla malattia. Oggi, l’uomo può
scegliere chi far vivere: ma secondo quali parametri? Solitamente si giudica
secondo la “qualità di vita”: una vita sana è degna di essere
vissuta, una vita malata, no!
Sono le derive e le ingiustizie
di una certa cultura, che Giovanni Paolo II ha definito “cultura di morte”:
la cultura che porta a dimenticare i deboli, la cultura che giudica una
vita più degna rispetto ad un’altra, la cultura che ritiene la sofferenza
e la malattia due dimensioni umane senza alcun significato. A questa, noi
credenti dobbiamo contrapporre un’altra cultura, la “cultura della vita”.
Questa insegna, innanzitutto, a fare chiarezza nelle questioni: la gioia
dei genitori e la soddisfazione dei medici per la nuova tecnica ha avuto
un prezzo umano: l’intervento medico non è stato semplicemente un
atto tecnico, ma umano, perché compiuto su embrioni umani.
Inoltre, la cultura della
vita insegna a pensare con responsabilità al futuro: oggi la diagnosi
pre-natale è stata utilizzata per scegliere un embrione non affetto
da quel tipo di anemia, ma che cosa succederebbe se un giorno fosse applicata
per scegliere un individuo con caratteristiche somatiche precise: occhi
celesti e cappelli biondi?
Ancora, la cultura della
vita spinge ad impegnarsi per curare l’uomo, seguendo vie degne e
rispettose di ogni uomo: la via della soppressione degli embrioni non può
essere considerata moralmente accettabile. Soprattutto, la cultura della
vita domanda di amare ogni vita, indipendentemente dalla sua condizione
di salute o malattia, di ricchezza o di povertà; lo ricorda Giovanni
Paolo II, invitando a riscoprire “il valore sacro della vita umana dal
primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere
umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento
di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità
politica” (“Evangelium Vitae” n.2).