"Chi ama la vita - scrivono i Vescovi italiani - non la toglie ma la
dona, non se ne appropria, ma la mette al servizio degli altri" ("Messaggio
per la 29° Giornata per la Vita"). Sì, l'atteggiamento adeguato,
con il quale considerare la vita, è proprio questo: lo sguardo dell'amore,
il quale non possiede, non manipola, ma accoglie con gratitudine.
Di fatto, da un po' di tempo sembra che la vita - per essere degna - deve
essere di qualità; e la qualità è data dai parametri
fisici: salute, forza, bellezza; ma anche sociali: benessere, sicurezza, etc.
E, così, si consumano le grandi discriminazioni del nostro tempo dalla
selezione embrionale all'eutanasia.
"Chi ama la vita - proseguono i Vescovi - si interroga sul suo significato
e quindi anche sul senso della morte e di come affrontarla, sapendo, però,
che il diritto alla vita non gli dà il diritto a decidere quando e
come mettervi fine". In uno sguardo contemplativo si coglie che "la
vita è il bene supremo sul quale nessuno può mettere le mani".
Chi ama la vita combatte il dolore, la sofferenza e il degrado - nemici della
vita - con tutte le sue capacità e le sue forze. "Ma non cade
nel diabolico inganno di pensare di poter disporre della vita fino a chiedere
che si possa legittimare l'interruzione con l'eutanasia, magari mascherandola
con un velo di umana pietà". E neanche si accanirà con
terapie ingiustificate e sproporzionate. La vita non è un bene disponibile:
oggi questa affermazione è difficile da accettare, perché ci
si ritiene padroni di tutto, liberi, perché senza alcuna relazione
con Dio, fonte della vita. E questo non è forse il diabolico inganno?
A ben pensarci, se si rinuncia alla visione che la vita di una persona sia
"più grande del percorso esistenziale che sta tra il nascere e
il morire", che la vita viene da Dio ed è destinata all'eternità,
crolla il principio laico e umano che grantisce a tutti la giustizia, l'uguaglianza
e la pace. La creatura, dice il Concilio, senza il Creatore svanisce"
("Gaudiume et spes" 36).
Chi ama la vita non può essere lasciato solo: "nei momenti estremi
della sofferenza si ha il diritto di avere la solidale vicinanza di quanti
amano davvero la vita e se ne prendono cura, non chi pensa di servire le persone
procurando la morte".
Queste considerazioni di fondo pongono il valore della vita a principio di
ogni riflessione etica e di ogni norma deontologica. Il medico, in particolare,
per la posizione di garanzia che riveste in relazione alla salute del malato
- cioè per gli obblighi propri della professione - ha una responsabilità
che né i familiari, né il fiduciario del paziente, né
i genitori nel caso del soggetto minore possono annullare. La non disponibilità
della vita, la sua intangibilità non consentono a nessuno, né
al medico, né al paziente stesso e neppure alla società di insinuare
o accettare scelte di suicidio assistito.
Oggigiorno molti invocano il cosiddetto "principio di autonomia"
per giustificare queste scelte eutanasiche. Ora, l'autonomia, che è
una conquista di fronte ad un paternalismo del passato, per essere autentica
deve confrontarsi con quel principio superiore, che è l'intangibilità
della vita e la sua cura. Se l'autonomia fosse esercitata in modo assoluto,
senza alcun confronto responsabile con il valore, condurrebbe a scelte sbagliate,
esercitate come altrettanti diritti: quello a morire o quello a far vivere
a tutti costi.
Nel caso si scelga l'eutanasia, la professione medica è scossa al suo
profondo, perché colui che deve curare, drammaticamente, procura la
morte; le relazioni umane sono infrante e tra il mondo del malato e quello
dei sani si scava un solco profondo. La vicinanza è solo fisica, ma
il paziente è condannato - da sé o da altri - all'abbandono.
Costretto alla solitudine da una pratica medica che si ritira, perché
dimentica che suo compito non è solo guarire, ma curare la persona,
o allontanata dal malato, che chiede la morte. L'invocata autonomia, a ben
pensarci, non può essere ritenuta un principio, un criterio secondo
cui giudicare quale comportamento assumere. È, invece, una facoltà,
un aspetto della libertà, che può essere orientato secondo il
bene o secondo il male. Chi rivendica l'eutanasia non dovrebbe appellarsi
alla autonomia di ciascuno, ma alla concezione del bene e del male che si
possiede, alla visione della vita, del suo significato e del suo destino.
Chi rivendica l'eutanasia ha già deciso che la vita non è un
bene assoluto, ma relativo alle situazioni in cui si svolge (salute, relazioni
umane, aspettative, etc). Forse, ha già deciso che il malato sia un
peso per gli altri, un estraneo per la società dei consumi.
Davanti a questi ed altri segni di morte, i Vescovi italiani annunciano la
vita, "un'avventura per persone che amano senza riserve e senza calcoli";
da amare e custodire con responsabilità e coraggio. Sono questi generosi
"sì", che hanno la lungimiranza di chi ha a cuore il futuro.
MARCO
DOLDI
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