Ultimi articoli - aprile 2007  
DICO
Che cosa ha detto di grave?
PENA DI MORTE
Quello che manca

Una Nota che parla all'intelligenza. Così Mons. A. Bagnasco, Presidente della C.E.I., ha spiegato la recente presa di posizione dei Vescovi italiani sui progetti di riconoscimento delle coppie di fatto. Destinatari sono, innanzitutto, i credenti, nei confronti dei quali i Vescovi sono maestri autorevoli della fede e della vita morale. Insieme, destinatari sono tutte le persone sensibili al bene comune e alla promozione della famiglia.
Le motivazioni addotte a favore del matrimonio scaturiscono discretamente dalla fede e con chiarezza dall'intelligenza comune, dal buon senso e dalla ragione. I Vescovi hanno collegialmente intrapreso un dialogo su un tema, che talvolta non è trattato adeguatamente da chi governa; forse in un altro contesto politico o in un altro momento storico, la Nota non sarebbe stata scritta. Non è la prima volta che la Chiesa, supplendo, si impegna per il bene della società.
Le parole dei Vescovi sono al servizio dei cattolici, perché trovino gli argomenti per intervenire positivamente nelle sedi e nelle forme opportune: in famiglia, nella scuola, nel dialogo con tutti, nella costruzione della vita sociale e, anche, nella politica. Così, si può rendere ragione della speranza cristiana e comunicare come la fede continui a divenire cultura, accrescendo le radici cristiane dell'Occidente.
La parola dei Vescovi non è "confessionale", nel senso che non è "chiusa" in un contesto di gruppo religioso; non si tratta di idee da accettare senza riflettere. Fatta questa precisazione c'è da aggiungere che la fede offre uno sguardo adeguato sull'uomo e sul suo mondo, perché annuncia che Dio non è un concorrente dell'uomo, ma la Fonte della sua realizzazione. Solo per questo le motivazioni della fede andrebbero ascoltate.
Tuttavia, dal momento che oggi la parola "fede" è divenuta sinonimo di "ingerenza" o di imposizione, è necessario richiamarsi alle motivazioni della ragione; nella consapevolezza, naturalmente, che esse partecipano alle motivazioni della fede. Non ci sarà mai contrasto tra fede e ragione!
Desiderano i Vescovi un confronto retto, onesto, il più possibile pacato e rispettoso, di modo che i cittadini possano considerare attentamente le diverse posizioni. A questo scopo i mass-media giocano un ruolo decisivo per informare correttamente i lettori. Essi hanno la possibilità - il potere? - di servire il dialogo o di far nascere ad arte uno scontro. È sufficiente un titolo con parole dure, non corrispondente al contenuto, o estrapolare le affermazioni per creare la bufera.
Che cosa ha detto di tanto grave il Presidente della CEI? Che la libertà dei singoli non è criterio per stabilire il bene e il male; che l'opinione pubblica - quella condotta da taluni pensatori, lontani della gente - non può dettare legge. Se si ritenesse che la legge debba tutelare indifferentemente tutte le autonomie, tutte le scelte che si fondano anche posizioni opposte, si giungerebbe a ritenere legittima libertà l'incesto o la pedofilia. Scelte aberranti, certo. Ma che si fondano su una medesima convinzione: non esiste il bene, ma, tuttalpiù, il giusto e il conveniente per me.
Alla radice di tutto c'è la questione antropologica, perché il bene e il male lo si comprendono a partire dalla concezione di uomo. La natura dell'uomo, lungi dall'essere intesa in senso biologica, testimonia l'esistenza di un progetto immutabile, che è garanzia di realizzazione della persona. Il matrimonio, la famiglia, la vita sociale non sono costruzioni culturali da mutare a piacimento: sono forme attraverso le quali si promuove l'uomo. Naturalmente, non è sufficiente.
Occorre che le relazioni che si vivono all'interno di queste "società" umane fondamentali siano coerenti con il bene, sotto il segno della limpidezza e della fraternità. Nuclei umani costruiti da mani innocenti, che, per esempio, come ha spiegato Benedetto XVI, "sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzione, con tangenti" (Omelia 1/04/07).
Papa e Vescovi indicano le esigenze alte del vivere familiare e sociale, offrendo un servizio all'uomo d'oggi. Mostrano che alla Chiesa l'uomo e la sua felicità interessano davvero. Sì la felicità, se autentica, passa attraverso scelte serie e vere
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MARCO DOLDI

La marcia di Pasqua è stata voluta come un forte no nei confronti della pena di morte.
Poteva essere svolta in qualunque giorno dell'anno, in qualunque festa civile: hanno scelto il giorno di Pasqua. Come mai?
Il corteo ha percorso diverse strade, passando davanti a sedi istituzionali del Paese e, poi, si è conclusa in Piazza S. Pietro. Addirittura si è detto che è arrivata sotto le finestre del Papa, ma sembra strano, dal momento che già Via della Conciliazione era gremita di fedeli, che assistevano alla Messa, e dal momento che il Papa ha impartito la benedizione "Urbi et orbi" dalla loggia della Basilica Vaticana. Come mai gli organizzatori hanno voluto spingersi sino a Piazza San Pietro, mischiandosi ai pellegrini in preghiera?
Un politico presente, con aria di sfida, si è meravigliato che Benedetto XVI non abbia accennato all'argomento della manifestazione, durante il tradizionale messaggio alla città e al mondo.
Questa dichiarazione permette di rispondere alle due domande precedenti: nonostante che una nota frangia della politica radicale accusi ogni giorno la Chiesa di ingerenza, per la propria campagna avrebbe voluto parlare dal microfono stesso di Bendetto XVI e godere il servizio dell'eurovisione. Mica male come pretesa!
Forse agli organizzatori della marcia di Pasqua, almeno a quelli che pretendevano un intervento del Papa, sfugge un dato centrale. La Chiesa non interviene a partire da slogan, ma secondo una visione ampia e completa della realtà.
Non poche volte è intervenuta per vie diplomatiche al fine di chiedere la sospensione di esecuzioni capitali. Ma, tali interventi - è questo il dato centrale - hanno lo stesso valore e il medesimo significato di quelli fatti contro l'aborto e contro l'eutanasia. Al contrario, molti tra i manifestanti della marcia di Pasqua sono notoriamente a favore di questi due gravi attentati alla vita umana.
C'è al fondo una individualismo preoccupante, che conduce a ritenere che, in talune circostanze, la vita di alcuni deve essere mantenuta e salvaguardata e, in altre circostanze, la vta di altri può essere legittimamente soppressa e nessuno deve obiettare alcunché.
La Chiesa non soffre di questa schizofrenia e ritiene che la vita non sia mai un bene disponibile perché proviene da Dio. Essa è affidata alla responsabilità dei singoli e della società. Per ricordare questo, i Pastori utlizzano uan espressione precisa: la vita non è un valore negoziabile, nel senso che non ammette né compromessi, né cedimenti.
L'impegno globale per essa appartiene - secondo il recente magistero pontificio - alla coerenza eucaristica, a cui l'esistenza dell'uomo è oggettivamente chiamata. Ne parla Benedetto XVI nella esortazione apostolica Sacramentum caritatis, spiegando che il culto spirituale del credente, per essere gradito a Dio, non può limitarsi ad essere un fatto privato, "senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede" (83).
Questa coerenza si esige da tutti i battezzati, ma, in particolare, da coloro che, per la posizione sociale e politica che occupano, "devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme".
Sono questi i valori non negoziabili, davanti ai quali i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale "devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirtate ai valori fodamentali della natura umana".
La visione unitaria della Chiesa, a propostio del valore della vita, non scaturisce da una professione di fede, ma da un uso attento della ragione, la quale è in grado di individuare nella dignità dell'uomo, in quanto persona, il criterio morale oggettivo, universale e perenne, capace di dare risposta ai più vari problemi riguardanti l'uomo stesso, in primo luogo i problemi etici. La persona è sempre criterio morale intangibile: giuristi, filosofi del diritto, filosofi teoretici e morali sono unanimi nell'affermare che, se venisse tolto questo caposaldo, crollerebbe la stessa società, in quanto emanazione della persona. Portare una lesione alla vita della persona, nella fase iniziale come in quella terminale della sua esistenza, significa per ciò stesso ledere la società nella sua radice e nel suo vertice: la società, infatti, nasce dalla persona ed è al servizio della persona.


MARCO DOLDI